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lisboa, portugal 09-13 marzo 2001 |
Quel senso lieve come se fosse tutto concluso… L’aereo non mi è mai piaciuto. È un po’ come allontanarsi dalla dimensione terrena, è un po’ come distaccarsi dal concreto e non capire davvero l’importanza del viaggio, la sua vera essenza. Preferisco il treno, è incredibilmente tangibile… Quello che mi resta è Lisbona, estroversa e sorniona, colorata e odorosa. Viaggio buono ancora, questa volta per davvero, viaggio delicato –anche- questa volta. Mi piace l’energia che mi dà quando è così, mi resta un sapore dolcissimo in bocca quando atterro sul tetto di casa. Viaggio che è già un po’ nostalgia nell’indolenzimento lieve che percorre su e giù le mie gambe stanche. È quel resta, almeno sul momento, poi viene il resto… Lisbona è vestita da sera, è un ballo triste quello a cui va. Un fado cantato con grande coinvolgimento, un sorriso nostalgico e puro come a ricordare il tempo dei grandi conquistadores. Fierezza nel volto, desolazione nel corpo, Lisbona vista da fuori. Ho camminato come una pazza per ore ogni giorno, ho scattato su tutto una foto, ho visto, ho conosciuto, ho parlato spagnolo e inglese, ho bevuto, cantato, ballato, ascoltato, ho giocato con me stessa anche un po’, ho fatto una giravolta al giorno, ho sentito il profumo del mare, ho sognato anche ogni tanto. Lisbona ha mille colori, migliaia di tinte e tonalità. Il blu proprio blu del cielo se è limpido, il verde, l’azzurro, le tinte calde delle piastrelle ovunque per strada, il ferro battuto dei parapetti dei balconi, il giallo, il bianco, il rosa, il rosso dei palazzi e delle case, una costruita per bene, una che cade a pezzi, il marrone antico del castello, il grigio sporco del Rio Tejo (che ci siamo chiesti tutto il tempo: è ancora fiume o è già oceano?), il rosso ruggine del ponte grande, le luci del porto, il profumo del mare, la puzza di fritto e di sporco, i gabbiani che vigilano sulla città, loro roccaforte venendo dal mare, oceano sterminato e grande che si affaccia sul niente. Il cielo non è sempre blu (per quanto il blu di quando è blu sia così blu da far dimenticare il grigio di quando non è blu), le strade sempre grigie, rotte e sporche (adoro subito questa città proprio per questo. mi dà un senso di solidarietà dovuta come se per lei fosse difficile arrivare a fine mese…), i tram sono pittoreschi e portano ovunque, è molto delicato per me essere trasportata così, tra una folle camminata e l’altra, mentre mi faccio così guidare osservo tutto, non perdo nemmeno un particolare. La cattedrale Sé Patriarcal è molto bella, gotico antico, quel misto di romanico buio e poco fastoso di pietra grezza e rosoni e di gotico monumentale di tre navate grandi, colonne alte e ben curate, niente ori barocchi, niente inutili ghirigori, semplice e bella. La Praça do Comercio non è niente di speciale se non fosse per l’oceano che si apre di fronte, per l’altra parte di terra e il ponte che si stagliano all’orizzonte, per tutti gli autobus e i tram che ci abbiamo preso. Belém è già periferia, ma possiede un fascino strano. L’Europa si mescola con il mondo arabo in questo pezzo di terra. La torre offre uno spettacolo non indifferente, il mondo da quassù ha tutto un altro colore. I mori, per quanto andassero per il mondo con intenzioni non proprio pacifiche, in architettura non erano per niente dei dilettanti. Il monastero è qualcosa di magico, la chiesa istiga il mio istinto fotografico per quanto è bella, rimango ancora una volta affascinata (il mondo in genere mi fa sempre questo effetto) e un po’ delusa per non essere riuscita a vedere l’interno del monastero che –scopro- chiude molto presto. Sintra è alle porte della città, paesone di periferia innocente e turistico dalla fortissima influenza araba, fatto tutto di sali e scendi, racchiuso tra le colline verdi e brulle. Il Palacio de Pena, residenza degli antichi re, è una manciata di colori pastosi in mezzo al verde. Rosso scuro, giallo, blu, oro, grigio, argento, verde smeraldo. Espressione di una vita di corte lussuosa e piena di fasti. Il parco intorno è naturale e stupendo, le magnolie coloratissime e profumate, la vegetazione umida e fresca. Il castello sono poche rovine arroccate su una collina verdissima, anche se dal basso hanno grande effetto. Gli azulejos sono tipici di qua. Mattonelle dipinte a mano con gran cura e altamente particolareggiate. Anche questa è arte e raffigura le scene della Lisbona di un tempo. Anche l’ex-convento che ospita la mostra non è niente male, bianco di quel bianco tipico dell’architettura di tutti i posti caldi, dove anche il colore può fare grande differenza. Il castello Sao Jorge guarda la città dall’alto, la vigila nel suo modo particolare. La sua presenza incombe sulle nostre teste ogni giorno mentre giriamo per la città, dalla Praça Figueira, dal Bairro Alto di notte con le luci gialle, re incontrastato della vallata e delle colline tutte, intorno. Il Bairro Alto è piuttosto suggestivo, così abbarbicato sulla collina. Quartiere notturno di vicoli e case basse, piccole, sorridenti. Locali minuscoli, coloratissimi di luci e suoni, musica per le strade buie, balli, canti, scintille. Il Mirador su in alto alla collina offre una Lisbona secondo me spettacolare, fatta di casine a tinte varie, colline verdi verdi e immenso oceano. L’Avenida do Libertade è la via commerciale. È immensa e barocca, non mi piace molto proprio per la monumentalità che non si addice alla semplicità, all’armonia di piccolissime cose di questa città povera di corpo, ma ricca di spirito. L’Expo è troppo grande, tecnologico, nuovo, moderno per non rimanere almeno un po’ colpiti. Tutto sembra curatissimo nei minimi particolari, credo abbiano speso moltissimi soldi per fare più bella figura. L’immagine che ho davanti per un momento è quella del lungomare di Riccione, i colori per lo meno sono gli stessi, il cielo è blu come da noi d’estate e c’è nell’aria un’atmosfera proprio estiva, forse anche per la luce emanata dai palazzi tutti bianchissimi o fatti di vetro lucido in cui ci si specchia. Le periferie sono squallide e abbandonate, ma suggestive, fatte di panni stesi, graffiti e scritte sui muri, sporco, erba alta, abbandono, colori o troppo stinti o troppo forti o troppo orribilmente senza scopo. Camminare è ancora la cosa migliore da fare in un viaggio. Vicoli stretti di mattoni , strade di cantieri, scorciatoie, salite pesanti, scalette piccole che portano su in fretta, alberi che crescono tra le casine minuscole, odori fortissimi di cibo e di famiglie padre-madre-figli in casette unifamiliari messe lì per caso, cadute forse dal cielo. C’è un sapore strano di fatalità nell’aria, come se tutto fosse sempre stato così, fosse destinato a restare così nell’eternità per il disegno di non si sa bene chi di più grande di noi. C’è una bellezza nascosta nelle strade di Lisbona, c’è un fascino nuovo… E le persone sono la cosa più bella di un viaggio. È una scarpinata fino su al castello, essere sorpresi dalla pioggia improvvisamente, rifugiarsi in un baretto da poco, ma bellissimo in quell’ora sospesa che va dalle sei alle otto di sera, è un’inaspettata partita a biliardo, è tornare a casa distrutti. È lasciarsi affascinare dalle cose insieme, nello stesso momento, scattare una foto in simultanea con la stessa apertura di diaframma e lo stesso tempo. È prendere il treno illegalmente, fare tante chiacchiere, dirsi mille cose, forse rilevanti, forse no. È un museo, segreto di pochi, un sorriso non chiesto, una posa non studiata, un consiglio non necessario, uno sguardo non ricambiato o forse ricambiato, ma di nascosto. È un aperitivo in un posto stupendo frutto della mia curiosità impellente (che se non entro in ogni cortiletto e non vedo tutto non sto contenta) e un altro –indiano- carico di bei discorsi, belle idee, brillanti sfumature. È una serata particolare in un bar solo per noi, piena di fantasia e parole. È camminare in mezzo a un bosco parlando piano per non disturbare il naturale corso delle cose, è un ballo improvvisato tra le mura di un castello, una foto con l’autoscatto sotto un cielo incredibilmente bello, prendere il sole e sentire le guance bruciare. È un pranzo indicibile, annaffiato di buon vino rosso all’osteria O Figuereiro, è girare tutto il pomeriggio per metropolitane, vedendo solo ogni tanto il sole, è fare semplici supposizioni senza richiedere mai risposte, è fare progetti, assaporare tutto piano, rimanere tremendamente colpiti da ogni cosa, ogni gesto, ogni immagine. Del viaggio mi resta tutto in tasca –sempre- del viaggio (quando di vero viaggio si tratta) non perdo nessun particolare, conservo tutto, bien guardado (come lo direi in spagnolo). Adoro la sensazione, quella di adesso, quella di sentire di nuovo casa dopo un viaggio lungo o corto che sia, non importa. Mi ci voleva proprio dopo un inverno freddo, nebbioso e costruito di giorni tutti uno uguale all’altro. Adesso, dopo il viaggio buono che amo, è davvero primavera. Adesso non c’è scampo, la mia pazzia congenita si acutizza incurabilmente in questo periodo dell’anno, non c’è più niente da fare. Non tentate di fermarmi se per caso mi vedrete saltellare inspiegabilmente nel cortile in un giorno di quelli in cui il sole è l’incontrastato protagonista. Lisbona è la mia pazzia a volte forse un po’ esagerata, la mia bellezza a volte, la mia inopportunità altre. Lisbona sono i miei ricci spuntati dal nulla, la mia stupidità, le mie corse inspiegate, la mia voglia di cantare-ballare-sognare-partire… Lisbona è stupenda così. Lisbona non mi lamento di niente. Non ne ho la minima intenzione.