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ireland agosto 2000 |
Fumi di Guinness nell’aria, nuvole basse che premono sull’atmosfera, gonfie di pioggia e nere d’invidia, il sole solo di lontano compare, tra una folata di vento e la successiva. Ritrattistica avanzata a questo tavolo di un pub di Temple Bar. Casette vittoriane, river Liffey che accompagna le passeggiate notturne, gabbiani che stridono sulle torri del Dublin Castle, in ricognizione venendo per le strade del porto e portando l’odore del mare.
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…scivolando sui sentieri di questa Irlanda verde giungiamo a Kilkenny, patria della birra e della disponibilità. Queste strade costruite tra le colline sono cariche di magia per tre autostoppiste in erba senza meta, né troppe pretese. Il paesaggio si fonde in un misto di verde e blu a macchie bianche di nuvole e pecore. Parole vaghe riempiono le notti, un gruppo di irlandesi ubriachi decide di farci partecipi di una loro festa in una casa di campagna. Finiamo a cantare vecchie canzoni, bere birra, scambiarsi sorrisi e discorsi assurdi. Le notti acquistano un sapore raro, come di buono. I colori estremamente grigi di questo clima uggioso, l’odore di pioggia, il sole che passa fugace e, subito, scompare, lasciando quel poco di calore che basta a fare uscire un breve sorriso dai bordi delle mie labbra. Temo questa Irlanda mi stia proprio conquistando con in testa ritmi folk e di patchanka celtica, le dolci parole di De Andrè, fumi di alcol e strada da percorrere. Viaggio buono, viaggio che scivola via leggero e delicato. Viaggio strano, viaggio che riempie, che regala sorrisi ed immagini nuove e grandi e buone.
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Doolin. Un pub. Campagna verdissima dell’ovest dell’Irlanda, sull’oceano. La brughiera sconfinata, le colline di un verde lucidissimo, pascoli immensi di pecore e mucche. Pecore bianche con il muso nero, mucche bianche, pezzate, rosse, olandesi con lo sguardo tranquillo, le orecchie calme, i musi buoni e le codone spenzolanti. Il cielo oggi è stato estremamente blu per tutto il giorno, il pomeriggio è passato molto conciliante, qui capita davvero di rado una giornata così… Gli odori mi hanno riempito il naso camminando per la brughiera, tra le colline, profumi di erba e di erica e qualcosa di dolciastro che non ho potuto distinguere. Le scogliere di Moher. Come cominciare il racconto? Forse usando le parole dei Modena City Ramblers. La patchanka celtica viene da questi luoghi, “dalle maestose scogliere di Moher”. Scogliere alte di roccia e muschio, duecento metri a picco sul mare. I gabbiani sorvolano le rocce grigie, padroni incontrastati del dono del volo, solo a loro è possibile ammirare quel che noi da quassù non possiamo neppure immaginare. Il sole sta per tramontare sul mare, le onde sono bruciate dalla luce gialla, le scogliere prendono vita tra il verde verde delle colline, il blu scuro scuro e intenso del mare e l’azzurro, oggi proprio azzurro del cielo. Non credo che questa cosa sia raccontabile… è troppo immensa e spettacolare la visione della natura che si impone così fortemente incontrastata. Ci si sente molto impotenti e piccoli guardando così incantati giù dal precipizio con quella lieve paura di cadere nel vuoto… Lo spettacolo è immenso e illumina gli occhi, viene quasi voglia di buttarsi giù, tanto per sperimentare la gioia del volo e sognare quasi di essere capaci di volare davvero.
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Aran Islands. Inismore, la più grande. Ostello in faccia al porto. Queste tre isolette che fanno capolino sull’Atlantico sono selvagge e verdi, rocciose e hanno un non-so-che di magico. Ci stacchiamo dalla terra ferma su un traghetto un po’ scassato. La cosa che mi colpisce subito è il nero pece dell’oceano. Fa molta impressione e contrasta enormemente con il bianco della spuma delle onde. Dal traghetto ultima meravigliosa vista sulle scogliere di Moher che dal mare sono una muraglia insormontabile di roccia e ciuffi verdi. Sulle isole non c’è neppure un albero, nonostante il verde e i pascoli non manchino. Il paesaggio ricorda a tratti la Corsica, sebbene la vegetazione sia molto più rigogliosa, oppure mi tornano in mente i sentieri della prima guerra mondiale, su in montagna ai confini dell’Austria. Quelle sassaie, miste a brughiera e verde intenso, fiorellini gialli di campo e pascoli di mucche pacioccose, che sbattono le code e ti seguono con lo sguardo languido. La prima delle isole, Inisheer, nostro primo porto, è la più rustica. Una mulattiera conduce per il cammino attorno all’isola, qualche rovina di vecchie case preistoriche, colline, mucche, il faro e tanto sole che picchia sulle nostre teste mentre camminiamo. Una spiaggia bianchissima e grande mi fa da spettacolare sala da pranzo, sonnecchio poi fino a metà pomeriggio colorando di rosso il mio naso e le guance. La seconda isola, Inishmann, non offre grandi attrattive a parte una spiaggia deserta ed immensa che vediamo solo passando col traghetto. L’ultima, Inismore, è la più grande e la più bella, sicuramente però anche la più turistica. Decidiamo di girarla tutta in bicicletta. Una strada di sali e scendi e curve ci costringe a mettere alla prova i nostri polpacci e quadricipiti, non senza fatica… Quasi d’incanto giungiamo ad una baia molto grande e deserta, un inaspettato bagno nude nell’oceano ci fa sorridere e ci tonifica, corriamo contro il sole sulla riva e raccogliamo conchiglie viola dalle forme strane, ripartiamo con le scarpe e le braghe piene di sabbia e odore di mare. Continuando il nostro giro visitiamo un antico forte costruito da popolazioni celtiche proprio a picco su di una scogliera, la posizione ideale per non rischiare di essere attaccati… Andare fin sul bordo del precipizio è di nuovo molto impressionante, forse più del giorno prima. Provo a tirare giù qualche sasso… decido che mi è proprio passata la voglia di buttarmi… la sensazione è davvero forte, si gioca un po’ a sfidare la natura. Mi faccio fotografare sull’orlo, tanto per poter mostrare la mia audacia. Rimango nuovamente incantata… Il tramonto ci coglie di sorpresa assieme al vento freddo della sera che viene dal mare. Nuova pedalata tra le colline verdi verdi, questa volta si lascia un po’ più sui freni nelle discese. Il profumo dell’erba e del mare è davvero buono…
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A Galway ci prende di sorpresa una pioggerella un po’ cattiva che tinge di grigio i vivaci colori di questa cittadina che si affaccia e si sdraia sui bordi dell’Atlantico, sorniona e tranquilla. Le strade del centro sono piccole e scivolano tra i negozietti d’artigianato e i pub, chiusi di giorno e strapieni di notte. Tutti, una pinta in mano e qualche vecchia canzone a ritmo di bouzuki e whistle, qualche occasionale ballerino, voci ubriache che cantano forte. Il mare scorre delicato e accarezza la Galway Bay addormentata nelle notti bevaccione di questa città provinciale e turistica, dove le lingue e i dialetti si mescolano in un miscuglio interculturale strano che mi fa sorridere un po’. Nonostante tutto scappiamo via in fretta, ci manca la poesia della campagna, le colline di erica e mucche e la strada di curve, pullman e autostop verso il nord. Vogliamo arrivare fin su in cima, nell’Ulster bellicoso e inglese, per assaggiare il clima che c’è o per scovare qualche insolita immagine.
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Ci mettiamo in cammino verso il nord, che la strada è lunga. Donegal City, città capoluogo della contea Donegal di cui abbiamo tanto sentito parlare per via dei paesaggi che –a quanto pare- sono capaci di fare innamorare, per il verde particolare (ma sembra che questa sia una caratteristica piuttosto generale) delle colline e della brughiera. Dunque vediamo questo Donegal… La città è piccolina e provinciale, adagiata su una baia che nasce in una lingua di oceano penetrata in modo strano, tra isolette e promontori, fin dentro al continente. Le casette sono molto colorate, le rovine di quella che da queste parti chiamano “Cattedrale” risalgono ai primi anni del millennio. Mentre camminiamo tra queste anticherie facendo i conti un po’ meglio scopriamo di aver calcolato male i giorni che ci restano, abbiamo un giorno in più per visitare bene la zona, ci mangiamo un po’ le dita per aver lasciato indietro il fantastico Connemara di cui tutti ci hanno parlato molto bene, ma pazienza… siamo così prese dal viaggio e così perse tra le nuvole da non riuscire neppure a ricostruire con certezza il giorno esatto del nostro ritorno… L’ostello di questa notte è un po’ fuori città, sul mare. Facciamo l’autostop poi camminiamo per gli ultimi due chilometri tra smadonnamenti e insolazioni varie… Ad accoglierci però c’è un posto davvero fuori del comune (o forse anche un po’ fuori del normale). Il gestore dell’ostello, Kevin, un omaccione irlandese, pelle chiara bruciata dal sole, cappellino blu, bermuda e camicia hawaiana, arriva misteriosamente con la moglie Annie su una barca dal mare e ci apostrofa con un “Ciao Bambini!!”. Ci spiega che il posto lì è “absolutely bellissimo” e che “tonight you can eat cozza if you want…” . Per il tour del cimitero del Ball Hill Hostel dobbiamo aspettare l’indomani, ma non importa, siamo già incantate. La notte con la sua magia in questo posto stupendo ci porta ad inerpicarci su per una collinetta di erba alta e sterpaglie per ammirare lo spettacolo raro del cielo stellato completamente sereno e senza luna. Dalla collina, poi, si vede tutta la Donegal Bay. Vado a dormire lievemente scossa e piacevolmente ammirata dopo una serie lunghissima di stelle cadenti nell’atmosfera fuori dal tempo di questo posto incantato…
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I sentieri di verde, laghi, colline e strapiombi sul mare della contea di Donegal sono molto morbidi e piacevoli da percorrere. Vediamo altre scogliere ricoperte di erica, vari laghi dall’acqua color pece, un parco nazionale e la sera siamo di nuovo al Ball Hill. Conosciamo degli spagnoli (con mio grande piacere!!), dei francesi, uno scozzese. Kevin ci mostra finalmente il cimitero. Sull’erba verde di fronte all’ostello riposa una montagna di scarpe vecchie, un teschio con uno spazzolino e una palla di plastica (corre voce che si tratti di Michael Jackson..) e addirittura un QUELO… La notte è di nuovo stellata, la passiamo in spiaggia tra stelle cadenti, birra, sidro e onde del mare. Di nuovo si va a dormire distrutti e tardi, ma pieni di incredibile spinta interiore per il viaggio, lo scoprire cose e conoscere tutto il nuovo in profondità. Ogni volta sento di più la mia crescita interiore durante i viaggi… penso non sia male crescere così.
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Mattino presto: in marcia verso il Northern Ireland. Prima tappa: Derry (o Londonderry, come sostengono gli inglesi). Il clima è subito strano. Non si vede nulla di anormale, ma si sente e si respira che c’è qualcosa che non va. Questa è una città di forti contrasti, sono state fatte esplodere varie bombe, sia dai militari dell’IRA che dall’esercito inglese, la città è forse più famosa per le sue stragi che per altro. Ci viene naturale di girare un po’ circospetti e di parlare a bassa voce. Quando però ci accorgiamo palesemente, per via di un paio di sguardi un po’ troppo storti, che l’essere turisti qui non è propriamente ben visto, decidiamo che è ora di ripartire. Pomeriggio inoltrato: lieve pioggerellina e vento scontroso. Seconda tappa: Giant’s Causeway. La leggenda racconta che il gigante Finn MacCool tanti tanti anni fa, non volendo bagnarsi i piedi per recarsi in Scozia decise di costruirsi una strada di mattoni di basalto a sezione esagonale. I resti di questa strada sono ancora là e si perdono nel mare vicino a Ballicastle, nella punta più a nord dell’Irlanda. Quegli enormi mattoni di basalto così geometricamente perfetti continuano a farmi credere che la natura abbia deciso di dare prova della sua bellezza proprio qui, in questa terra d’Irlanda, così poetica e stupenda. Oggi è un giorno in cui ho voglia di stare un po’ per conto mio, così mi siedo su uno di quei massi il più vicino possibile alle onde e fisso le onde infrangersi contro la roccia per un po’. La stessa voglia di pensare alle mie cose mi spinge a superare le staccionate di legno che cingono il sentiero attorno alla Giant’s Causeway per andare a godermi il paesaggio da una lingua di terra che si perde in mezzo al mare, ricoperta di erba e roccia scura e scivolosa. La mia macchina fotografica mi fa spazientire un attimo quando decide di riavvolgermi il rullino prima del tempo, così, dopo qualche bestemmia contro la tecnologia giapponese, sono costretta a non scattare più foto per un po’. E si riparte. Questa notte dormiamo a Ballicastle. La notizia di alcuni scontri a Belfast e dell’omicidio di due protestanti ci fa pensare un po’ sull’opportunità di proseguire verso la città. Decidiamo per ora di fare tappa il giorno dopo ad Armagh, di vedere le sue belle chiese in stile gotico e poi di vedere se continuare o meno per Belfast. Passo la serata da sola in ostello a scrivere e pensare, riscaldata da una bella doccia bollente, mentre fuori piove e si ascoltano voci ubriache che cantano forte nella notte.
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Nuovo giorno. Armagh è colorata dal giorno di festa del paese e da una giornata di sole molto luminosa. C’è una band che suona in piazza, i bambini che giocano e il mercato. Cerchiamo l’ostello e fatichiamo un po’ a trovarlo. Sembra che qui i turisti non siano tanto comuni, l’ostello sembra più uno studentato che altro, ma la cosa migliore è la ragazza della reception che ci tiene mezz’ora ad aspettarla perché sta subdolamente provandoci con due giovani e carini ospiti dello studentato, usando come scusa il rimprovero per essere tornati tardi e ubriachi la sera prima. Dopo esserci sistemate e riposate un po’, usciamo alla ricerca di viveri per la sera. L’atmosfera è totalmente cambiata, per le strade non c’è più nessuno, non più traccia della festa, un paio di camioncini della polizia pattugliano due strade e, come sempre accade in questi casi, si mette anche a piovere. Sfoderiamo i nostri k-way un po’ perplesse e quasi preoccupate. Non c’è davvero nessuno, i negozi sono già quasi tutti chiusi perché sono quasi le sei e qui chiudono presto, le strade sono rapite da una desolazione infinita. Non è per niente bello. A un certo punto un vecchi ci ferma e ci chiede qualcosa. Solo dopo un attimo di affanno scopriamo che è il signore a cui abbiamo chiesto informazioni prima che vuole sapere se abbiamo trovato l’ostello. “Si, si, grazie.” . Deve essere l’unica persona che abita in questo paese… per averlo incontrato due volte a distanza di un paio d’ore… Proseguiamo verso il supermercato e scopriamo tre militari con tuta mimetica, anfibi, basco e mitraglietta che sembrano controllare l’uscita di non si sa bene che posto. L’istinto è di accelerare il passo. Uno dei tre militari si distrae un attimo a guardarci, ci sorride. Ha degli occhi azzurri stupendi. Corriamo quasi fin dentro al supermercato e scopriamo che anche quello sta per chiudere. Dobbiamo aver fatto un bel sorrisone esplicativo e tutte e tre insieme perché quello che sembrava il capo della baracca decidesse di rimanere un attimo aperto per noi… Spesa un po’ sbrigativa e via di nuovo verso l’ostello. Ha smesso di piovere, il paese riprende un po’ vita, ma non più di tanto. Abbiamo deciso tutte e tre insieme, ma senza dircelo, che è meglio se facciamo in fretta. Solo dopo essere arrivate in ostello ci sentiamo sicure. Temo che l’Irlanda del Nord faccia paura un po’ per partito preso, credo che se la stessa scena si fosse presentata in un qualsiasi paese italiano non ci saremmo stupite più di tanto, in fondo è normale che la gente non esca quando piove. Gli irlandesi poi sono sempre molto molto disponibili e soprattutto qua al nord. Questa mia riflessione ci spinge a decidere fermamente di proseguire per Belfast e di fermarci anche a dormire lì il giorno dopo. Nonostante questo la sera decidiamo di non uscire, un po’ perché siamo stanche, un po’ perché non sembra che ci sia molta confusione in questo posto. Del resto dall’ostello c’è una vista stupenda sulla cattedrale gotica illuminata a giorno, le stelle si vedono tutte dopo il passaggio della perturbazione passeggera e il menu di questa sera è pasta alla carbonara… Dopo cena, chiacchiere nella sala della tv, “The Rocky Horror Picture Show” (che da noi, italiani bigotti, non lo darebbero mai in tv…) e telefonate a casa.
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Belfast. Ultimissima tappa del nostro viaggio. Le difficoltà per giungervi non sono poche. L’autobus che da Armagh doveva portarci fin là non passa, non si sa bene per quale motivo, così, contro il proposito “nel nord niente autostop” che avevamo coniato qualche giorno prima, sfoderiamo i nostri bei sorrisoni e tiriamo fuori i pollici. Quassù non è così facile fare l’autostop, sono tutti un po’ più diffidenti e forse fanno bene. In questo viaggio ci siamo fatte un’idea della tipologia del concedente passaggi medio. Mai donne, mai famiglie (c’è lui che le dice: “Li carichiamo?” e lei che scuote la testa, lui allarga le braccia e ci dice: “Scusate ragazze”). Quasi sempre uomini soli, di mezza età, di qualsiasi estrazione sociale, sarà un caso che noi siamo tre ragazze sole? Preferiamo non chiedercelo. Unica eccezione tra tutti i passaggi presi in questi giorni, una coppia di ragazze molto carine e idealiste, biondissime e freak che avevano una macchina scassatissima, guidavano forte e trasportavano uno djambè nel bagagliaio. Arriviamo in una cittadina vicino Armagh che si chiama Portadown e lì prendiamo un bel trenino verso Belfast (io trovo anche un orologio dorato sul treno). A Belfast camminiamo per un lungo tratto fino all’ostello, depositiamo tutto e andiamo in giro. Abbiamo deciso che vale la pena di vedere la città standoci dentro, camminandoci in mezzo, senza mete prefissate. Vediamo la piazza principale, il palazzo del governo (governo inglese ladro), la via principale, arriviamo fino al porto. Porto industriale pieno di grandi navi, gru e attrezzi strani. La mia impressione è che la città sia molto ordinata, un po’ inglese, ma con tendenze irlandesi chiare. C’è qualche casetta rossa in stile vittoriano, molti palazzi nuovi, in genere poca gente per la strada, anche se l’atmosfera non è per niente tesa. Ci addentriamo nella zona universitaria, dove gli edifici sono tutti molto rossi e di mattoncini, passiamo in qualche vicoletto dai muri dipinti di graffiti niente male, cerchiamo di entrare nel giardino botanico dell’università ma sembra proprio che non ci sia concesso di trovare l’entrata, così finiamo a cenare in un pezzetto d’erba di fronte all’istituto di matematica, in completa solitudine. Considerazioni di fine viaggio, chiacchierine e vengo morsicata brutalmente da due zanzare elefantesche (i pizzichi mi resteranno come ricordo per una settimana buona dopo il ritorno e le mostrerò molto fiera a tutti dicendo “vedete? Due zanzare di BELFAST!!!”). L’atmosfera non ci sembra niente male così continuiamo a camminare come forsennate fino alla zona dei pub, dove la gente esce di sera (più o meno dall’altra parte della città o quasi…). Troviamo una locale niente male che si chiama EG Bar e che espone scritte enormi sulle offerte del momento. Scoliamo una caraffa di Passion Killer cocktail noi tre sole, ci facciamo un po’ di foto con l’autoscatto e ci inoltriamo in qualche discorsetto tipico da donne. Quando siamo già un po’ ubriache inizia a suonare un gruppo e l’atmosfera si riscalda parecchio. Suonano qualcosa di Tracy Chapman, una versione totalmente nuova di Stand By Me e una Wish You Were Here spettacolare, dopodiché decidiamo di continuare i nostri discorsi in ostello. La serata finisce sul far del mattino nella hall dell’ostello, ubriache di alcol e belle parole tutte a nanna.
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Ultimissimo giorno. Pullman Belfast-Dublino che serve a dilapidare i nostri ultimi risparmi. Passo tutto il tempo a farmi cullare dalle parole di De Andrè, osservando il paesaggio e scrutando bene ogni stazione. L’ultimo giorno è sempre un po’ riflessivo, un po’ come a tirare le somme del viaggio, un po’ ad assaporarne la crescita interiore, a rivisitare le immagini e a fissarle tutte per bene, un po’ a pensare quello che ci aspetta a casa, cosa c’è dopo, se sarà qualcosa che va d’accordo con questo viaggio appena finito e l’ansia di riassemblare subito il puzzle di tutti gli odori, i profumi, i colori e i ricordi, le sensazioni e i volti. A Dublino c’è il sole. Torniamo allo stesso ostello di due settimane prima, facciamo degli altri giri per la città, compriamo qualche regalo per quelli che sono rimasti a casa, ci concediamo una cena di lusso in un ristorante vegetariano, compriamo le sigarette (e anche questo ormai risulta essere un lusso…) e aspettiamo sedute su i gradini in Temple Bar che qualche evento ci porti via. Beviamo due o tre birre in un pub, incontriamo un compagno di viaggio di qualche giorno prima, facciamo quattro chiacchiere, un paio di foto sul O’Connell Street, uno scambio di indirizzi e torniamo in ostello. Chiacchierata conciliante e propositiva fino alle tre di notte sui tavolacci grezzi e scomodi della hall, poi sonno delicato e morbido.
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E’ ora di tornare. È ora di rivolare a casa. Finisce di piovere e spunta il sole, abbiamo l’aereo abbastanza presto. Sulla strada verso l’aeroporto fissiamo tutti gli ultimi dettagli per bene, poi non ci si pensa più, ci si imbarca, si torna a casa, si vola ancora, si smette di parlare inglese, si smette di adorare gli irlandesi e anche si attenua l’odio per gli inglesi, si vede tutto di nuovo com’è. È sempre bello tornare a casa, comunque, non so com’è. Beh… a me piace. Io adoro la mia Bologna. Adoro anche ogni altra parta del mondo in cui sono stata, ma la mia Bologna… la mia Bologna è un’altra cosa…