Córdoba, Argentina
06 agosto 1999 - 11 gennaio 2000
Il verde sporco di un Falcon Ford del ’74 che gira piano per le strade grigie d’asfalto mangiato della città color argento, della mia Córdoba verde smeraldo. Il blu pieno e nuovo del cielo d’estate, il sole ardente di un giallo cattivo e raggi arancio crudele. Il verde sfilacciato e nuovo dei prati buoni di rugiada quando cammino molto presto di mattina coi piedi rosa e nudi. C’è poi quel marrone intenso e scuro e penetrante degli occhi sudamericani, dello sguardo latino disilluso e serio, quasi di platino, quasi lucente. E cammino per le strade d’ortica e deserte, d’un bianco disarmante la mattina presto, poi guardo intorno quell’azzurro mai visto, quella luce chiara e celeste, il profumo serio e buono e dolce che possiede ogni cosa, quasi viola, quasi il mio colore preferito. L’Argentina è d’argento e di erica, l’Argentina è un vestito rosso da sera. E anche il grigio sporco del fiume scorre veloce quando piove da quattro giorni e anche il verde assillante dei salici sulla riva e anche il giovane rossore dorato sulle mie guance dopo un’ora che prendo il sole e tingo di blu intenso l’onda scivolosa dei miei pensieri, i sogni, i misteri. Argentina, paese policromo e il rosso e il giallo e il verde e l’azzurro così spietatamente frizzante ed intenso, così pesante e nuovo e bello e i miei occhi nocciola profondo guardano sempre su, le nuvole di cotone bianco bianco, le stelle d’oro incandescente, i sogni sempre viola, le luci color stagnola. Un autobus marrone numero 56 mi trascina tra i sentieri di quel giallino un po’ sbiadito, un po’ snervante anche, a volte. Giungo sempre a destinazione e, dopo il violetto brillante di una giravolta sotto il cielo, comincio sempre a camminare veloce, camminare per ore. Cinque mesi di strada grigia percorsa, cinque mesi smeraldo, pane burro e marmellata e il sole così alto e biondo e immenso. Non bastano i colori per pitturarli bene, non bastano per tutti i dettagli e le sfumature e le ombre e i contrasti. E mi guardo intorno in un’atmosfera sbiadita e stinta di pop-corn e lustrini e il vento è così violento e giallo, quasi marrone, però i capelli li muove in un modo così turchino e purifica ancor più il bianco del cuore. Il respiro affannato e arancione di quando ho corso a scavezzacollo giù per una discesa interminabilmente verde dà un senso dolce di felicità lilla. Non mi bastano le tonalità e le tinte per dire l’Argentina, per raccontarla bene nei suoi particolari così segreti e oscuri e quasi indaco (questo colore è sempre stato così misterioso per noi bambini… senza mai capire se naufragasse nel blu o fosse effettivamente viola). C’è da pennellare intensamente, c’è da farsi appassionare dalla tela e mescolare bene colori primari e colori complementari. Bisogna amarlo questo quadro perché venga fuori davvero bene, bisogna essere così appassionatamente perduti e leggermente innamorati da metterci dentro fin tutta l’anima ed il cervello. Credo di essere innamorata al punto giusto, credo di saper usare i pennelli come si dovrebbe, dopo cinque mesi mi sembra il minimo. Cinque mesi color rugiada, il colore dell’alba e del vento, del sole tiepido della mattina celeste, cinque mesi smeraldo e tempera e acquerello, tinte calde e fredde e violetto intenso e blu notte molto denso. Il mio quadro, il mio olio su tela, 54 x 65, collezione privata, Córdoba, Argentina. La firma ben chiara in basso a destra e sotto la data e la dedica. Chiaramazza. Undici Gennaio Duemila. Para estos malditos días de Argentina.